Quarantadue giorni dopo l'incidente al Nürburgring, Niki Lauda era tornato a gareggiare, autorizzato ad allenarsi e a correre nonostante le gravi ferite riportate, cosa difficile da immaginare con gli attuali standard di sicurezza.
Cosa succederebbe se l'incubo vissuto da Niki Lauda al Nürburgring nel 1976 si ripetesse su un circuito moderno? La risposta sta nello scontro tra una determinazione a tutta prova e i protocolli medici più severi di oggi.
Il 1° agosto 1976, la Ferrari n. 1 di Lauda sbandò in una curva a sinistra, sbattendo contro le barriere, rompendo un serbatoio di carburante e provocando un incendio che intrappolò il pilota austriaco. Il fuoco gli causò gravi ustioni al viso e, cosa ancora più grave, inalò fumi tossici che gli danneggiarono i polmoni. Gli ospedali tedeschi gli diedero una prognosi infausta di 24 ore, ma il campione del mondo in carica sopravvisse dieci giorni in terapia intensiva e fu dimesso contro ogni previsione. Tornato nella sua casa di Ibiza, il fisioterapista Willy Dungl si è occupato della sua riabilitazione, utilizzando massaggi a base di olio per lenire le sue ferite. Nel frattempo, la dirigenza della Ferrari stava valutando la possibilità di sostituire Lauda con Emerson Fittipaldi o Ronnie Peterson, una prospettiva che non fece altro che rafforzare la sua determinazione. In 42 giorni, Lauda si sottopose a una serie di esami medici e si schierò alla partenza del Gran Premio d'Italia, un ritorno che ancora oggi suscita stupore. Oggi, uno scenario simile sarebbe esaminato con molta più attenzione. “Il fattore decisivo è la valutazione respiratoria”, spiega un fisioterapista contemporaneo. “Se la funzione polmonare è adeguata, un ritorno è tecnicamente possibile, ma la forza mentale richiesta è altrettanto cruciale”. La medicina moderna offre tecniche di imaging avanzate, terapie polmonari e criteri di ritorno alle competizioni più severi, ma la motivazione personale del pilota rimane una variabile essenziale.
Gli anni '70 erano un'altra epoca. “All'epoca eravamo più permissivi perché sapevamo che i piloti si sarebbero spinti al limite”, ricorda il fisioterapista. “Oggi consentiremmo comunque a un pilota di correre, ma solo dopo avergli illustrato tutti i rischi e avergli fatto firmare una liberatoria. I quadri giuridici ora ci impediscono di costringere un paziente a rimanere in ospedale, ma ci proteggono anche dal rilascio di una persona che non è realmente idonea”. La storia di Lauda illustra gli estremi di questa permissività. Dopo essersi rotto una costola in un incidente domestico, ha insistito per correre il Gran Premio di Spagna pochi giorni dopo ed è stato autorizzato a partecipare. Nel contesto attuale, una decisione del genere innescherebbe una serie di esami medici, valutazioni di responsabilità e, probabilmente, un approccio più cauto.
Il rapido ritorno di Lauda ha due conseguenze: testimonia una straordinaria determinazione personale e funge da riferimento per misurare i progressi compiuti in materia di sicurezza e standard medici. Se il carattere “eccezionale” di un pilota come Lauda può ancora far pendere la bilancia, i protocolli attuali garantiscono che ogni ritorno sia valutato sia in base alla preparazione fisiologica che alla responsabilità legale.