Il doping nell'automobilismo non è proprio un argomento scottante, ma la confessione di Frank Montagny di essere risultato positivo a un controllo durante un weekend di gare di Formula E ha portato la questione sotto i riflettori dell'attualità.
Quando finalmente è scattato il radar antidoping della FIA, è stato un ex campione di Formula 1 a finire al centro dell'attenzione, non per una spettacolare manovra di sorpasso in pista, ma per aver ammesso di aver consumato una sostanza derivata dalla cocaina. Il caso di Frank Montagny, ormai habitué della Formula E, dimostra che gli organismi di controllo di questo sport sono sempre più in grado di individuare l'uso di sostanze illecite, anche se il motivo era personale piuttosto che legato al miglioramento delle prestazioni. Il programma antidoping dell'organo di governo, a lungo considerato una preoccupazione secondaria in uno sport in cui la velocità e l'ingegneria fanno notizia, è stato rafforzato negli ultimi anni. La confessione di Montagny, confermata dai test della FIA, sottolinea che il sistema è in grado di individuare infrazioni che altrimenti potrebbero rimanere nascoste nel mondo molto intenso delle corse automobilistiche. Montagny non è il primo pilota a subire le conseguenze di un test positivo. Il pilota ceco Tomas Enge, campione di Formula 3000 nel 2002, è stato privato del titolo dopo che un test effettuato nel 2004 ha rivelato la presenza di marijuana nel suo organismo. Qualche anno dopo, è stato sospeso una seconda volta per un altro risultato positivo. Enge ha sostenuto di beneficiare di un'esenzione terapeutica per una malattia di lunga data, una difesa che ricorda le scuse che hanno alimentato a lungo gli scandali di doping nel ciclismo. Il dibattito sul confine tra farmaci legittimi e frode non è affatto nuovo. Negli anni '80 circolavano voci sull'uso di stimolanti durante le sessioni di qualificazione per guadagnare preziosi decimi di secondo sui tempi sul giro. L'ex campione del mondo Alain Prost, parlando con Playboy nel 1988, ha accennato a “sostanze ad azione rapida” che potrebbero dare a un pilota un vantaggio per un solo giro veloce, pur osservando che alcuni concorrenti sembravano insolitamente stanchi durante le gare, il che potrebbe indicare che gli effetti delle droghe erano svaniti.
A complicare il quadro è il fatto che questo sport è ancora agli albori nel campo del doping, a differenza del ciclismo, dove una lotta decennale contro le sostanze che migliorano le prestazioni ha lasciato un profondo retaggio di sospetto. L'automobilismo non ha ancora sviluppato la stessa cultura dell'abuso, ma le domande fondamentali rimangono: quando un farmaco prescritto da un medico diventa un prodotto dopante? Quando un'indulgenza personale supera il limite e diventa un vantaggio competitivo?
L'ammissione di Montagny che il suo derivato della cocaina non era destinato a migliorare le sue prestazioni al volante, ma era piuttosto una scelta personale, aggiunge una sfumatura al dibattito. Ciò dimostra che non tutti i controlli positivi sono motivati dalla volontà di barare, ma dimostra anche che il regime di controllo della FIA è in grado di rilevare anche le infrazioni commesse al di fuori dei circuiti. La rarità di tali rivelazioni nell'automobilismo di alto livello rende ogni caso un dato prezioso per le autorità di regolamentazione. Nel complesso, l'evoluzione dei controlli antidoping nella Formula 1 e nelle serie correlate testimonia un crescente impegno a favore di una competizione pulita. Sebbene questo sport sia ancora lontano dalle lotte accanite contro il doping che si osservano in altre discipline, il caso Montagny, così come le precedenti controversie riguardanti Enge, dimostra che la vigilanza della FIA sta iniziando a dare i suoi frutti. Per saperne di più sulla storia del doping nell'automobilismo, consultate l'articolo di Quentin Laurent pubblicato nell'ottobre 2012 su FanF1.